Un solo sviluppatore ha realizzato in dieci giorni un gioco mobile, ora disponibile su App Store e nel browser. Secondo la sua testimonianza, la maggior parte della creazione è stata fatta da un agente di codice IA, cioè un programma capace di eseguire da solo diverse azioni, mentre l’autore rimaneva al comando del progetto.
Secondo lui non si tratta di una sostituzione del team, ma di un cambiamento nel modo di lanciare un prodotto. La differenza sta nel distinguere un assistant, che propone codice da copiare, e un agent, che legge il progetto, modifica i file, avvia le verifiche e testa il risultato. Non si chiede più «scrivimi questa funzione», ma «aggiungi questa funzionalità». Un compito che richiedeva una settimana a un piccolo team, secondo l’autore, ora richiede un giorno.
Ciò che l’agente fa meglio, ciò che resta umano
La testimonianza cita innanzitutto i compiti lunghi, precisi e senza ambiguità che spesso si rimandano: moduli amministrativi, declinazioni in più lingue, documenti da produrre nei formati corretti. L’agente si distingue anche per la sua costanza: non salta una verifica per stanchezza, a condizione che gli venga esplicitamente richiesta. Quando una strada fallisce, ne prova un’altra, poi una terza.
Le decisioni restano comunque di competenza umana. Sapere cosa costruire, e soprattutto cosa non costruire, secondo l’autore è un lavoro personale. Le migliori decisioni di questi dieci giorni sono venute dall’osservazione dei primi utenti. Il gusto è il secondo punto: un agente produce velocemente ma non sempre sa fermarsi. L’autore ha dovuto dire più volte «è troppo», «semplifichiamo», «ripartiamo da zero», altrimenti il prodotto sarebbe stato completo e illeggibile. Per tutto ciò che è irreversibile, come impegnare denaro, rivolgersi a terzi o pubblicare, l’agente prepara e l’umano convalida.
Una memoria di progetto, e dei limiti
Il guadagno più importante non deriverebbe, secondo l’autore, da un prompt migliore, ma da un’abitudine: annotare ogni errore nel momento in cui si presenta, in un documento che l’agente rilegge prima di ogni sessione. Così lo stesso errore non si ripete due volte.
La testimonianza menziona anche dei limiti. L’agente dipende dal suo ambiente: se uno strumento cambia, può bloccarsi. Non vede ciò che vede l’utente, per cui uno schermo tecnicamente corretto può risultare fallimentare nell’uso. Non controlla nemmeno le scadenze esterne, che si tratti di approvazioni, partner o piattaforme. Pilotare un agente richiede infine tempo per rilettura, test e ricalibrazione: il tempo guadagnato nella produzione si sposta verso la decisione e la verifica.
Per le aziende, l’autore ritiene tre principi: dare all’agente accesso a veri strumenti, con chiari paletti sull’irreversibile, misurare prima di costruire, e mantenere l’umano sul gusto e sul giudizio. Secondo lui, la questione non è più se l’IA può produrre, ma chi, in un’organizzazione, sa ancora dire no a una funzionalità di troppo.
