Intelligenza artificiale : « L’IA ha fatto di me uno straniero nel mio paese »

In questo editoriale, l’autore ritiene che la società abbia permesso all’intelligenza artificiale di insediarsi senza valutarne seriamente i rischi. Descrive un’impressione di spossessamento, quella di « abitare un paese che non è più il mio ». Il testo è più un appello personale che un’inchiesta.

L’autore scrive di non sapere « bene a che punto siamo ». Ritiene che i fatti a volte accadano « senza che siamo convocati per viverli ». Per lui, la presenza dell’IA nella vita collettiva si è imposta nell’indifferenza relativa: suscita « la nostra inquietudine o talvolta la nostra indignazione, ma mai il terrore necessario per reagire ». Riassume questa posizione con una formula: « Rimaniamo spettatori del nostro stesso rimpiazzo. »

Una rivoluzione tecnologica senza protezioni

Secondo lui, di fronte alle rivoluzioni tecnologiche, la reazione abituale sarebbe l’eccessiva prudenza, persino la « codardia », consistente nel legiferare poco per non ostacolare il progresso. Ricorda la battuta spesso rivolta agli ambientalisti: « Se il principio di precauzione fosse esistito nella Preistoria, l’uomo non avrebbe mai osato usare il fuoco. » L’autore riconosce che i grandi progressi sono spesso « goffi, incoscienti, rischiosi », ma mette in guardia: l’audacia a volte può « togliere ogni possibilità di un ritorno indietro ». È, secondo lui, la situazione in cui si trova ormai l’IA.

Le parole di fronte alle macchine

L’editoriale affronta anche la scrittura. L’autore immagina che le parole, strette nei pensieri umani, saranno attratte da ciò che chiama « il canto delle sirene al silicio ». Anticipa « un diluvio di testi, magnifici, orribili, straordinari, inascoltabili », prodotti in uno spazio che descrive come senza limiti, là dove gli umani contano le parole e vietano certe espressioni. Pone la questione del posto che resterà alla parola umana: « Perché senza parole per dirci, cosa resterà da vivere? » Conclude con una citazione di Samuel Beckett: « Bisogna dire parole finché ce ne sono, bisogna dirle finché non mi trovano, finché non mi dicono. »